Si schiude la porta emettendo un rumore sordo per via del legno umido e, mentre la figura esile sta per scendere i tre scalini, i campanellini appesi dietro la porta suonano copiosamente come in un dì di festa e nel silenzio della libreria Goldoni i pochi avventori distolgono l'attenzione dalle pagine di proprio interesse per guardare verso l'ingresso e così fa anche il diligente ed anziano commesso e la coetanea cassiera: ma lei è già scesa dall'ultimo scalino ed il viso le è diventato rosso della stessa tonalità della sciarpetta che porta al collo, e vorrebbe non essere lì, sparire, evaporare.
La porta si richiude con il solito scampanellio; la cassiera sorride alla ragazza ed il commesso china il capo in segno di saluto; gli altri clienti della libreria sembra che non abbiano mai distolto lo sguardo e l'attenzione dai libri che hanno fra le mani, come in catalessi.
La ragazza inizia a fare il giro fra i tavoli e gli scaffali, ma d'un tratto si ferma e come se avesse dimenticato un qualcosa torna verso l'ingresso per chiedere delle informazioni alla cassiera per poi riprendere il sui giro fra la marea di libri in tutta tranquillità.
“Chi xea?”. Dice il commesso alla cassiera. “Sh!”. Risponde la signora attempata al collega, come a sottintendere una spiegazione da rimandare al momento più opportuno.
“Buongiorno a tutti!” - è il saluto della ragazza mentre poggia la borsetta sulla scrivania dove abitualmente prende posto per svolgere il proprio lavoro. “Mh” - è il borbottio che emana il datore di lavoro, un grugnito che non possiede nemmeno il valore di una sorta di saluto, più che altro si tratta di una constatazione del fatto che, la ragazza che risponde al telefono è arrivata al lavoro: con qualche minuto di ritardo, tra l'altro.
Giulia è una ragazza che ha viaggiato molto, non nel senso più comune del termine: lei ha viaggiato per necessità, costretta, a nascondersi e fuggire per non nascondersi, per salvare la sua stessa vita.
I sui viaggi non sono stati di piacere, ha viaggiato dalla Germania all'Austria, all'Italia: ha tentato anche di entrare in Svizzera in passato, ma non le è stato possibile. Ha viaggiato sempre con persone diverse; fin dapprincipio con i suoi genitori o presunti tali e successivamente con degli pseudo genitori, finti, di convenienza. Lei è dovuta fuggire al nazismo ed alla persecuzione degli ebrei.
Giulia è una ragazza eclettica che, a causa del suo passato, delle sue origini, della guerra “vissuta” dei suoi continui trasferimenti e per il fatto stesso di essere femmina, non aveva avuto la possibilità di studiare: sognava di prendere una laurea in filosofia ed una i lettere; è una mezzosangue, per metà ebrea e ultimamente ha vissuto diversi anni a Napoli, in una casafamiglia che si era preso il carico ed il relativo rischio – con qualche conoscenza nelle alte sfere – di proteggere come meglio poteva, alcune persone di religione ebraica secondo possibilità; e visti gli usi e costumi del sud Italia, di città come Napoli ad esempio, una coppia partenopea era riuscita a mettere in salvo più di qualche ragazzo/a e bambino/a rispecchiando la tradizionale famiglia napoletana.
Nel suo posto di lavoro la ragazza che risponde alle telefonate, era una “diversa”, ma per fortuna salva e quasi ambientata; grazie alla cadenza del suo accento quando parlava – in particolare quand'era stizzita – si dava subito per scontato che fosse una meridionale: questa era stata la sua salvezza: nessuno mai mise in dubbio le sue origini, né tanto meno si sarebbe potuto sospettare che fosse ebrea.
Lei non viveva laguna, ma sulla terraferma: era in affitto presso una di quei privati che avendo una casa eccessivamente grande ed essendo reduci dalla guerra da poco conclusa, cercava di tirare avanti affittando tutte le camere in sovrappiù.
In verità, Giulia, aveva conosciuto un ragazzo più grande di lei e con lui si frequentava da qualche mese, lui era nativo di lì, del Lido e parlavano di andare a vivere insieme.
Una ragazza qualunque, in un posto qualunque. Così sembrava, ma in verità, lei aveva dei sospetti sul luogo in cui si recava tutti i giorni per lavorare, il suo titolare, veneziano di nascita, era di origini asburgico tedesche. Un ingegnere anziano, possidente, che con dei corrieri riusciva a spedire molti dei suoi guadagni nelle banche svizzere. Nonostante lei curasse la contabilità di quel luogo dove si progettava tecnologia – telecomunicazioni – e fosse al corrente di ogni entrata ed ogni uscita, perché riusciva a capire il sistema che aveva adottato “il vecchio”, come lo chiamava lei, per abbassare i guadagni facendo comparire dei costi fantasma per mezzo di fatture di società fornitrici estere e con predilezione per la Svizzera, quei soldi che lei si occupava di trasferire, erano decisamente troppi anche per una persona sfacciatamente, “dannatamente” ricco come lui. Lei era quasi certa che lui fosse un collaboratore, o addirittura un membro di uno di quei movimenti neo nazisti che si erano via via creati ex novo subito dopo il secondo conflitto mondiale: ma lei era poco più di una ragazzina, troppo esile e fragile; e poi era ebrea, il rischio era troppo alto, non era poi così sicura che finita la guerra il mondo intero si sarebbe dimenticata definitivamente di perseguitare gli ebrei; per questo motivo ogni volta aveva cambiato il suo cognome - “non cambierò mai il mio nome!” - e l'ultimo era quello napoletano ed anche con esso, era vista come una sorta di sottospecie, una razza inferiore.
“Passerei la mia vita intera fra queste mura, fra questi scaffali, tra questi tavoli ricolmi di libri, in messo a tutta questa carta con colori, caratteri diversi, odori diversi, copertine diverse, immagini diverse, potrei morirci qui dentro...” - erano le parole che si era scoperta a pensare fra se in quel luogo, più d'una volta: sì, magari non sempre le stesse, ma con il medesimo significato.
Poco dopo essere entrata si era ricordata di alcuni libri di cui aveva chiesto informazione; non li aveva richiesti, o prenotati, non guadagnava tanto come impiegata ed aveva la pigione della camera più la colazione e la cena da pagarsi - non il pranzo, non riusciva a tornare a “casa” per il pranzo, per quello doveva spendere gran parte del suo stipendio in una taverna li a Venezia, nella zona della stazione – e qualche indumento molto raramente, poi c'erano i costi per andare e tornare dal lavoro, insomma: proprio non poteva permettersi di acquistare tutti quei libri che avrebbe visto, o solamente quelli che avrebbe voluto leggere, così, frequentava quella libreria come altre, quotidianamente, nella pausa pranzo prima di rientrare ci trascorreva anche solamente un quarto d'ora e si manteneva aggiornata sulle novità, ma in quella libreria c'era veramente di tutto; non era stata colpita dalla guerra ed aveva testi antichi, particolari, alcuni dei quali introvabili e dei generi più disparati: a lei piacevano molto anche le monografie ed i libri d'arte in generale – amava la musica – e l'unico argomento dal quale non era attratta erano le sculture, proprio non le riusciva.
La signora della Goldoni le aveva detto che nonostante fosse trascorso più di qualche anno dalla fine della guerra, non tutto era tornato alla normalità, o almeno - “non come appariva...”. Quella frase riusci a far tornare i fantasmi del passato, della guerra, delle fughe; le venne alla mente d'istinto “il vecchio!”. Con la scusa di essersi dimenticata di andare a ritirare in erboristeria la valeriana, della camomilla e alcuni estratti di essenza di vaniglia, si congedò dalla cassiera – diventata ormai quasi un'amica – per riprendere la strada verso l'ufficio. Nell'erboristeria c'erano un paio di ragazzi indiani, una giovane coppia: e non le avevano fatto tante storie perché lei non aveva con se tutti i soldi per ritirare la merce, le avevano detto: “Non ti preoccupare di portarmi i soldi domani, puoi tranquillamente portarmeli quando riceverai il prossimo stipendio...”. Quasi non credeva alle sue orecchie, in un clima fattualmente di guerra, come in una terra straniera, altri stranieri come lei le hanno concesso un credito sulla fiducia, senza nemmeno conoscerla.
Rientrata nel posto di lavoro per prima cosa si mise a controllare la posta, compito che svolgeva abitualmente al ricevimento della stessa; una lettera strana fra le altre che costituivano la corrispondenza attirò la sua attenzione - “Non reca il mittente” - si diceva guardandosela tra le mani. La apre, ne scorre velocemente il contenuto, ma un rumore, il capo: d'istinto, come colta sul fatto, le venne di nascondere quella lettera dietro di se, come se fosse una cosa sua e non la normale corrispondenza dell'ufficio – forse un errore da parte sua. Il datore di lavoro la guardò con sospetto.
La lettera era decisamente poco chiara. Non si capiva di che trattasse chiaramente, quali cose richiedesse, quali scopi, insomma: un mero rebus! “Ecco!” - disse tra sé, c'era un bigliettino che spiegava la traduzione di un codice: probabilmente era da applicare al testo della missiva. Pensava che avrebbe potuto tenere per sé quella lettera che aveva ormai giudicato non attinente all'ufficio e la mise nella sua borsetta per controllare poi con comodo nella sua stanzetta.
Guardava verso est, incantata da quello spettacolo naturale che era il riflesso rosa del tramonto del sole proiettato sul cielo fino all'estremo oriente, per quel che poteva vedere lei da Venezia, città proiettata ed affacciata verso oriente, antico porto dal quale partivano ed arrivavano i commerci per e dall'oriente... e seduta sulla corriera che attraversava quel magnifico e nuovo ponte che univa la laguna alla terraferma, lei, in quelle giornate primaverili, riusciva a godersi i primi tramonti: si sentiva rinata ad ogni primavera, le metteva un'enorme tristezza uscire dal lavoro e trovarsi nel buio.
Una volta a casa, dopo cena, si era messa d'impegno ed era riuscita con non poca fatica a risolvere il rebus della lettera: si trattava di un nuovo progetto, dei ragazzi del nord ovest italiano avevano messo su un gioco, che più che altro era un vero e proprio progetto, ma partito come una sorta di catena letteraria, si cercava di resistere, per esistere e costruire tutti insieme, la gioventù italiana, un nuovo futuro fatto di speranza. Pensò di dormirci su per poterne capire qualcosa di più, per decidere cosa farne di quella lettera, di quell'invito...
Al mattino proprio non ce la faceva, le costava sempre troppa fatica per alzarsi ed andare al lavoro; non che fosse una sfaticata, aveva proprio un'esigenza fisiologia di dormire più ore possibile, per stare meglio, per vivere meglio. Scese dalla corriera e si sentì strada, diversa dal solito; percorse il solito tragitto, il primo ponte di ferro e poi il secondo, ma su si esso si fermò di colpo, stette immobile, come in contemplazione, iniziò ad annusare l'aria e si volse a destra appoggiandosi sul parapetto del ponte, verso est, a guardare il sorgere del sole, ad ascoltare i gabbiani, a guardare quelle poche persone che si affrettavano ad andare sul posto di lavoro, come lei, a guardare quelle persone che lavoravano già da qualche ora, come i traghettatori che nel Canal Grande già erano in consegna con le merci, e lì, su quel ponte si senti spiritualmente rinata: in quel momento decise di mettersi in gioco, di provare il tutto per tutto, lei che era stata per ben due volte emarginata, come ebrea e come meridionale nel suo luogo di lavoro, decise che da quel momento avrebbe cambiato vita, avrebbe cambiato la vita.
Entrando nel suo ufficio - che in verità suo non lo era affatto, perché sedeva in un angolo alla sua scrivania con degli archivi nella stanza d'ingresso, con alle spalle quella del suo capo e di fronte uno stanzone diviso in piccoli settori fra uffici, laboratori e sala riunioni per i clienti – sapeva già cosa fare, riorganizzare le sue giornate lavorative, fare la cresta sui materiali da cancelleria, trovarsi degli spazi paralleli per gestire la sua futura situazione, il tutto senza dare nell'occhio. Iniziò il riciclare i vecchi fogli inservibili per l'ufficio ma ottimi da riutilizzare sul retro ancora immacolato, poi le matite quasi finite - “e perché no, anche una uova ogni tanto!” - ed il medesimo discorso per le gomme da cancellare, i vecchi pennini, i calamai in disuso ed il fondo delle bottiglie d'inchiostro, quello blu in particolare - “quello cancellabile”.
Aveva iniziato a frequentare la biblioteca pubblica in centro città, ma le era decisamente scomodo - “troppo lontano dall'ufficio”. Pensò allora di entrare in confidenza con l'anziana signora della sua libreria: infondo era una delle poche persone, oltre alla giovane coppia di indiani dell'erboristeria, che non la trattava come diversa e lei sentiva che poteva fidarsi di quella figura “materna”, anche se avrebbe potuto esserle più una nonna, data l'età. L'inconsapevole alleata le disse che alcune librerie più recenti, non avendo retto alla situazione economica della guerra e l'inesperienza dei gestori, avevano portato l'attività e gli stessi volumi alla rovina, concausa l'eccezionale l'acqua alta del precedente novembre, mese che di per sé è caratterizzato dall'acqua alta, ma quello scorso, era stato inspiegabilmente un evento eccezionale e deleterio per la laguna; per quei motivi, quelle librerie avrebbero chiuso e la nuova proprietà, una multinazionale americana, non si era interessata a recuperare il recuperabile, ma aveva venduto in blocco lo stock di libri bagnati e non al suo titolare: la cassiera gli promise di fargli avere qualche testo danneggiato ma non troppo, quel tanto da renderlo invendibile, ma non illeggibile: e così fece!
I libri scartati, in buone condizioni, furono decisamente più del previsto: visto che la Goldoni era una libreria famosa e stimata, non avrebbe potuto permettersi di mettere in vendita testi non presentabili e molti libri erano stati bagnati solo per poco tempo e da acqua pulita e stranamente priva di sali che, poco dopo si asciugarono velocemente increspando le pagine, ma senza lasciare residui, né alterando i caratteri stampati. La signora promise a Giulia che le avrebbe dato una mano, avrebbe incaricato qualcuno di trasportare il libri fin dove lei avesse voluto. Quella ragazza diversa pensava alla prima risposta da mandare a quel club, a quel cenno carbonaro, a quella elite di giovani vincitori e promotori di speranza: pensò che avrebbe potuto tenere qualche libro, qualcuno di quelli a meno pagine, nella sua scrivania da lavoro e nei contenitori per gli archivi. La nuova amica mantenne la promessa e mise in contatto Giulia con un paio di ragazzi che facevano la spola dalla terraferma alla laguna con un carro trainato da un singolo cavallo; anche Giulia trovò nuovi alleati, i due bambini figli dell'affittacamere dove domiciliava lei stessa, nemmeno ragazzini e quindi insospettabili le avrebbero dato una mano per sistemare i libri in casa, anche fra le loro cose e avrebbero avuto funzione anche come corrieri portantini.
Adesso però lei doveva ben pensare a quale risposta dare ai nuovi amici; avrebbe dovuto essere chiaro il messaggio, intelligibile e palese, onde non suscitare dubbi o sospetti: perché era chiaro che quei messaggi in codice avrebbero potuto capitare fra le mani di chiunque – il fatto stesso che fosse capitato fra le di lei mani, era stata una casualità! - e loro avrebbero potuto pensare a qualche infiltrato.
La sua risposta fu la seguente:
“Ciao, il mio nome è Giulia, non faccio cenno del mio cognome per motivi che non vi enuncerò in questa sede; ho ricevuto qualche giorno indietro una vostra lettera e dopo una profonda riflessione ho pensato di poter dare il mio contributo, che sarà anche un riscatto per me stessa; sono di Venezia ma non sono nata qui, lavoro in un ufficio dove ho ricevuto la vostra missiva e credo che non avrò problemi nel continuare a ricevere lì la vostra corrispondenza, nel frattempo mi sono organizzata, ho recuperato un po' di libri, ho qualche amico disponibile a prestarsi in lavoretti ove necessitassero ed essendo in Venezia, mi sento come nella capitale della cultura nel mondo, o quantomeno,verso il mondo d'oriente; non so se voi siete già organizzati in questa città e se ci sia qualcuno che debba conoscere qui, in tale caso datemi istruzioni in merito.
Giulia scognomata”
Due settimane più tardi arrivò la risposta. Scriveva un certo Alberto da Torino, studente attempato, per lavoro faceva il factotum e quindi dall'autista al giornalaio, dal manovale allo stampatore, dall'accompagnatore al finto parente – si prestava e ricoprire ruoli d'altri dietro compenso, quando non aveva altri lavori – senza sdegnare alcun lavoro. Si scrissero diverse lettere nel corso di un paio di mesi, una alla settimana, puntuali; le lettere presero una forma sempre più personale e, lei non poteva averne la certezza, riguardo lui, ma si sentiva attratta dalla dolcezza, dall'intelletto di questo ragazzo dall'altro lato dell'Italia, come lei sognatore e disposto a cambiare il mondo; e quando arrivava il settimo giorno, lei, attendeva con ansia la lettera di Alberto e leggendola il cuore le batteva forte forte nel petto che sembrava scoppiare. Una lettera diceva con tono formale e sintetico: “Il prossimo venerdì verrò a Venezia per organizzarci nell'est, fammi sapere con urgenza nel caso tu sia impossibilitata, ciao.”. Lei non credeva ai suoi occhi, lui sarebbe stato lì fra pochi giorni, però era stato stranamente freddo, dopo tutte quelle lettere pregne di emozioni.
Venerdì, Giulia si era vestita col meglio che aveva, la sera prima era passata in erboristeria ed aveva acquistato un essenza di vaniglia non la quale si era cosparsa tutto il corpo, aveva lavorato rilassata e spensierata come un giorno qualunque in un anno qualunque di qualunque luogo del mondo; uscita dal lavoro respirando a pieni polmoni l'aria dolce di quella giornata che di lì a poco sarebbe stata unica si dirigeva verso Piazzale Roma alla stazione ferroviaria, quando guardando l'ora si rese conto di essere in ritardo: si mise a correre proprio in mezzo alla piazza ed iniziò a piovere, scivolò ed urtò una coppia di carabinieri, per cadere rovinosamente al suolo. Un ragazzo corre in soccorso mentre i due carabinieri già si chinano su di lei per aiutarla - “Signorina! Signorina! - dandole dei colpetti col palmo della mano sul viso per farla rinvenire. Il ragazzo prende un libro da terra che doveva essere della ragazza con le pagine stropicciate - “Il diario di Adamo ed Eva” di Mark Twain – e lui tira fuori dalla tasca della sua giacca una copia usata del medesimo libro, la ragazza apre gli occhi - “Giulia! Giulia...” - la chiama Alberto e lei intontita sembra non riconoscersi in quel nome, finché non vede le due copie delle stesso libro; lei gli sorride e dal viso di lui scompare il velo di preoccupazione: lei non ricorda il suo nome anche se lo sente familiare, ma ricorda di Alberto e lo abbraccia sotto gli occhi dei carabinieri.
panda4x4
[Torino, lì 15/04/2006 - Venezia s.d.]